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giovedì 7 aprile 2011

MO' TE STADIO, Inter-Schalke 04

Martedì 5 aprile si è giocata l'andata dei quarti di finale di Champions League tra Inter e Schalke 04, terminato 5-2 per i tedeschi. Per noi da San Siro c'era l'esperto di calcio Frank Riccardi.

San Siro. Sad Siro, direbbero gli inglesi, dopo aver passato una serata come quella nerazzurra di martedì. In ogni caso, mai dimenticare l’etimologia. La parola Siro deriva dai primi commenti sulla costruzione dello stadio. “Lo faremo grande come uno di Roma!”, disse l’architetto. “Seeeee, Roma!!”, rispose un Passante. Nei secoli, l’espressione si è prima accorciata in “Sì Roma”e poi contratta in “Siro”. Questa spiegazione è solitamente censurata per motivazioni politiche. I leghisti la temono non poco. E fanno bene. Gli stessi leghisti sono molto amici di un ministro che propugna il rigore nei conti pubblici. Ma vi pare serio? Allo stadio come al ministero, i dubbi sulla legittimità del rigore sono numerosi. E, visto lo stato di alcuni giocatori in campo, si può ben affermare che l’unico rigore davvero possibile è forse il rigor mortis. E in effetti si gioca a calcio, ma a confrontare le cronache sportive con quelle rosa, si direbbe che molti divi del pallone farebbero meglio a dedicarsi ad Ammazza che mazza. Del resto, l’uomo semplice è anche il più illuminato, e non ci mette molto a bollarli come “divi di ‘stocazzo”. Quel che appunto sono. L’equivalenza parmenidea sull’essere che è si sostanzia nel modo più semplice e chi è convinto dalla filosofia dell’arché può tranquillamente passare avanti con un vabbuò (sua naturale evoluzione).
Ma ciò che conta è il rituale. La vicinanza tra l’azione delle squadre in campo, l’opera architettonica e i sentimenti delle masse popolari accomodate nell’arena chiama in causa, inevitabilmente, la categoria del “nazional-popolare” di gramsciana memoria. Certo, la lotta per un nuovo umanesimo della curva milanese s’infrange contro la volontà teutonica dello Schalke 04, una determinazione schiettamente nitzscheiana a superare il quarto di finale di Champions che porta a chiedersi se non fosse stato preferibile, per il tifoso interista, passare la serata a consumare piuttosto un quarto di bue, in allegra compagnia, dentro una trattoria a Campione d’Italia – nomen omen, foriero già di altre fulgide Memorie, che alcuni peraltro vorrebbero ricacciare nel Sottosuolo, oppressi come sono in dostojeskiano ciclo di delitto e castigo calciopolista.
Notevole, nel rito sansiresco, è l’assimilazione della divinità ad animali della più svariata specie. Si scavalca con ciò anche l’idolatria pre-mosaica, per giungere alla più potente definizione finora osservata del concetto di capro espiatorio descritto nei tomi di Rene Girard. Lo stesso studioso francese è anzi scavalcato, diremmo sia a destra che a sinistra, da San Siro che fa di tutto per dare senso alla definizione d’inconscio collettivo proposta per la prima volta da Jung. C’è bisogno di riallacciarsi agli antenati dell’uomo moderno: niente di più facile, quando in campo c’è Eto’o, il cui ancheggiare energico e primordiale ispira – scoperta dell’ultim’ora e dell’ultimo anello – uomini e donne, scavalcando la definizione dei sessi senza però scavalcare mai, ahilui, lo specchio della porta. Quello ancheggia, Silvia Favasuli zompetta, Oliva passa, il Presidente barcolla ma non molla, al contrario del suo pari grado in Generali, che si dimette. Grande confusione sotto e oltre le luci già cantate da Vecchioni, ritornate ad illuminare un improvvisato, forzato tentativo di ricostruzione d’una urszene freudiana in cui il club dell’Internazionale identifica la reale natura delle scelte di dirigenti e allenatore nella visione dell’atto violento inevitabile, bello per pubblica definizione e punitivo nella realtà dei fatti. La conclusione, fuor di metafora, è proprio quella e nessun’altra: cazzi amari. Eccome.
Da notare infine che non si è mai da soli nel viaggio al cuore di tenebra. La compagnia, però, andrebbe scelta con cura. Milito, miles che fu gloriosus, ogni tanto erutta ma mangia, e mangia tanto: a guardarlo non si fa che esclamare “Che s’è magnato!!!” Altro indiziato dell’onomastica: Maicon. Mai-con, appunto. Sempre senza. Andrebbe meglio, si direbbe.



mercoledì 30 marzo 2011

IL TEMPO DI UN ASTERISCO, La cozza

Seconda puntata della pubblicazione della raccolta di poesie "Il tempo di un asterisco" di Livio Ottavio Turlà. A corredo dei versi è presente un'analisi critica di Frank Riccardi, il redattore della fortunata rubrica Mo' te spiego

La cozza
Grande scoglio della mia vita,
resto aggrappato a te come una cozza,
ma so che nella tempesta,
tu reggerai,
e sopporterai,
la mia presa pesante e grave.

L'analisi di Frank Riccardi
Siamo già in una fase successiva sia all’ermetismo che al classicismo novecentesco ungarettiano. (Passa il Passante e Frank se la prende, ndr) Questo passa e contesta come si permette, questo vociare ignorante è figlio di un’epoca deragliata. Oliva è senza una ragione e un’argomentazione, allora capisce che Berlusconi è un prodotto nemmeno più una causa. Già Nietzsche parlava del tramonto della civiltà. (Frank se la prende anche con Bobby Brambo). E lei che vuole, torni in Germania.
Allora cominciamo: la cozza, questa riappropriazione della materia non esclude un livello puramente intellettivo e umorale, chiaramente la cozza ha un risvolto esistenziale e rimanda a un’altra tradizione novecentesca che caratterizza gli anni 40 e 50 con Montale. Questa cozza non poteva certo appigliarsi così a caso, resiste alla bufera ed altro. Lo scenario è senz’altro quello, in più … (Frank se la prende con le persone presenti che si mettono a cantare) Canticchiano musiche barbariche mentre cerchiamo di diffondere oasi di cultura e classe di elevata sonorità. (Oliva vuole dire la sua: “E pigliate ‘sta sonorità”. E poi produce un’intensa pernacchia aiutandosi appoggiando entrambe le mani ai lati della bocca).
Grande scoglio. Ecco, si tratta di una metafora certo usata spesso ma quello che mi colpisce è la freschezza di Turlà, che riesce a rivitalizzare una metafora che poteva essere usurata e che qui invece vive con forza. Ecco il vulnus esistenziale e artistico della produzione di Turlà è tutta in questa immagine utilizzata come un aggrappo tra materia mondana e materia ultramondana.
C’è da notare la sincopata struttura ritmica del componimento. Turlà va sempre a capo, questo spezzarsi non può trarre la sua giustificazione da un continuum classicista. È chiaro che anche in questo ritorno alla natura è l’inquieto frammento del tempo presente moderno che fa da ambiente. Non possiamo citare il futurismo perché forse forzeremmo la mano al poeta, ma dietro alla cozza c’è un paesaggio spezzato, frastagliato e ridotto a macerie per quanto immaginifiche. Tu reggerai e sopporterai perché l’impegno è grave e gravido di conseguenze per la poesia italiana che oggi si trova un po’ in disarmo. Nel panorama poetico italiano Turlà rappresenta un tornello. La metafora sulla quale si basa il componimento è la stessa della grande canzone di Neil Young. Turlà è un tornello attraverso cui passa la folla della poesia italiana, o meglio plebaglia. La cozza spurga sì per carità ma questo spurgare nel Novecento è pressoché egemone e in questo Turlà non fa eccezione.
Nell’ultimo verso ci sono due riferimenti a Mario Luzi e a Omero. La presa pesante porta a pensare all’avanzamento dell’età e a una visione in prospettiva che possa portare a risvolti umani e religiosi. Questo per quanto riguarda Luzi. Per ciò che concerne Omero, Turlà vi si avvicina per l’uso di due aggettivi tipicamente omerici riguardo alla descrizione dell’armamento che si fa metafora della rappresentazione divina dei vari dèi incarnati nella battaglia. Metafora che si ricollega poi al peso umano dell’esistere e dell’andare avanti in questa landa che già Eliot definì desolata, ma che in Turlà si bagna di spuma marina.

Le pillole esistenziali di Livio Turlà
Voglio iniziare a raccontarvi di me dalle cose basilari. Ho 27 anni, sono nato sotto il segno dei pesci in un freddo pomeriggio di marzo. A Marsala quel giorno c'erano solo 32 gradi. La mia famiglia è sempre stata appassionata del mondo classico, come il mio nome può testimoniare. Ma io, pecora nera di casa, forse per rigetto nei confronti di quella che per me era una vita già scritta, ho preferito tradire le speranze dei miei genitori, pur continuando a coltivare il grande amore per la classicità, alla quale la nostra poesia è vicina.  Ma torniamo ai dati anagrafici. Sono piuttosto alto in rapporto ai miei corregionali: 1,63 cm per 60 kg di peso. Non sono grasso, bella presenza. Ho conseguito con successo la licenza classica nel 2003. Lo stesso anno mi sono preso anche la patente. Ma non amo guidare, al volante divento troppo aggressivo. (continua)