martedì 4 gennaio 2011

Le pagelle del confine: parte I

Uno dei pomodori
nati dalla piantina ripresa
dalla Carnelli
(Vengono pubblicate le pagelle per i primi 15 video sul confine presentati dagli apprendisti stregoni della Tobagi. La pubblicazione non e' in ordine di merito ma di apparizione sullo schermo. Al fianco del nome del regista viene riportato il suo soprannome. Sotto un voto espresso in stelline da uno a cinque).

Cristina Carnelli: la Tarkovskij del lago Maggiore          
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Il confine tra cemento e natura nella commovente fiaba della piantina di pomodoro che sorge dal cemento. Una favola moderna strappalacrime e dal ritmo tambureggiante come i piani sequenza del maestro russo.

La porzione di kebab di cui si nutre
solitamente Pieroni ogni pomeriggio
come spuntino




Gabriele Pieroni: il Michael Moore di Alba
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Dopo un’indagine sui kebab, il Michael Moore di Alba sforna un’inchiesta sui lavoratori privati del kebab. Chiusi in ufficio 8 ore al giorno senza potersi recare neppure una volta a comprare un kebab. E poi c’è chi si lamenta di Pomigliano. Il confine tra lavoro e schiavitù è a Sesto Marelli. Tra i due documentari, Pieroni si è dedicato al tema a lui più caro. Mangiare kebab. Tanti.

Arcangelo Rociola: il Don Siegel degli khmer rossi
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Rociola esorcizza i suoi più intimi timori filmando le mura del carcere di San Vittore. Gira intorno al penitenziario come per cercare un Clint Eastwood in Fuga da Alcatraz, ma trova solo l’insegna del Ministero di Grazia e Giustizia. Lo zoom all’indietro nel finale nasconde un chiaro segnale di paura nei confronti delle autorità. Edipico.

Una veduta dall'alto della Route 66 milanese
Cinzia Franceschini: la Dennis Hopper veneta
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Il confine è la strada. Tra il Sole 24 Ore e Il Cantiere, il traffico di Milano. Certo, viale Monterosa non è la Route 66, ma la Franceschini merita il parallelo con la regia impressionista di Dennis Hopper in Easy Rider, che era stata realizzata sotto l'effetto di 2,5 tonnellate di marijuana.

Flavia Casella: la Jane Campion ligure
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Il cancello azzurro iniziale ha certamente un valore simbolico per la Casella. Deve essere qualcosa di simile al cucchiaino che Marcel Proust girava e rigirava nella tazzina di tè. Nell’attesa di capire cosa significhi il cancello per la Jane Campion ligure, siamo immersi in un caleidoscopio di immagini dove non si capisce bene soggetto, oggetto e complemento. Lascia spazio all’immaginazione dello spettatore.

La locandina del capolavoro
di Maggiacomo.
Gianluca Maggiacomo: il Tinto Brass di Latina
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Il mago Maggiò si discosta dalle sue tematiche abituali e realizza uno strano prodotto sulle luminarie di Natale di via Padova. Non si capiscono questi artisti che vogliono per forza sorprendere, spiazzare. Prendete Maggiacomo: era bravissimo a filmare tette e culi, che ci azzeccano le luminarie nella sua filmografia? Il suo pubblico abituale non ha gradito, lui ha provato a correre ai ripari: "Sulle luminarie in arabo c’era scritto: 'Viva la figa'". Consigliamo a Maggiacomo di tornare ai suoi argomenti abituali. Certo, eguagliare Il testicolo più pazzo del mondo e Il silenzio degli impotenti non sarà semplice.

Stefano Glenzer: il Bellocchio di Verbania
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Appassionato di Bellocchio dal clamoroso bestemmione presente ne L’ora di religione, Glenzer mostra il degradato mondo di via Paolo Sarpi. E lo fa bene. Riprende 158 insegne di cui ovviamente non capisce la funzione. Entrato in quella che sembrava una tabaccheria, si è ritrovato in una sala a luci rosse dove proiettavano Eiaculazione da Tiffany, celebre capolavoro del Maggiacomo, con sottotitoli in mandarino.

Stefano Rizzato: il Gillo Pontecorvo di Padova
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L’astro cadente del documentarismo padovano si rivela al grande pubblico con un film che denuncia il desolante panorama che sono costretti a vedere i clienti del Centro Fitness di via Imbonati. Il tendone degli immigrati, i sans papiers, persino un rumeno che lava i vetri al semaforo. È ora di finirla di fare finta di niente. Non è che uno può andare a farsi la lampada o l’epilazione al fondoschiena e poi essere costretto ad assistere a certi spettacoli. La scure della censura comunista gli taglia gli ultimi 10 secondi di girato.

Edoardo Malvenuti: il Carpenter con la erre moscia
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L’horror più raccapricciante dell’anno. Malvenuti immerge lo spettatore in un’esperienza percettiva e sensoriale unica. Qualche critico ne ha fatto una lettura generazionale. Viste tutte le porte in faccia che gli aspiranti giornalisti degli anni ’10 del Duemila dovranno prendersi, Malvenuti ha deciso di aprirne qualcuna. Altri dicono che in realtà si tratta del trailer del 43esimo remake di Non aprite quella porta.

Elia Milani: il Polanski di Biella
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Jefferson copia clamorosamente l’idea di Glenzer e propone la sua versione di via Paolo Sarpi. Sfoggia spocchiosamente la sua padronanza del cinese con cinesi e del suo arabo con rumeni.  Il suo naso rischia di fare la stessa fine di quello di Jack Nicholson in Chinatown per via di alcune riprese troppo ardite. Ha in comune con Polanski il passatempo preferito, accompagnarsi a donne di giovane età.

Walker Texas Ranger,
un altro dei programmi Mediaset
di cui il Presidente non riesce
proprio fare a meno.
Lorenzo Lamperti: il Cronenberg di zona Fiera
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Il Presidente prova a dimenticare il suo passato collaborazionista e va a filmare Mediaset a Milano due. Con un finale alla Videodrome, dove spegne una televisione, vorrebbe far credere di non amare le reti del Presidente del Consiglio. In realtà, chi lo conosce bene sa che non si perde una puntata di Mistero e che da quando è alla Tobagi è costretto a spendere una fortuna in vhs su cui registra le puntate di Uomini e donne.

Fabrizia Aralla: la Bunuel del Salento
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Votato da una giuria di sceneggiatori uzbeki come il secondo miglior film surrealista della storia del cinema, dietro solamente a Un Chien Andalou di Bunuel. Dal confine italo francese a quello sesto milanese, l’importante è colpire lo sguardo dello spettatore. Notevole l’uso della panoramica a schiaffo.

Lidia Baratta: la sorella Lumière
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Baratta conferma le voci che circolavano sul suo conto: è una cinefila onnivora, vede tutto e sta al passo coi tempi. Per questo, si ispira al film più recente che ha visto, L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat dei fratelli Lumière. Gente che sale, gente che scende, sportello che si apre, sportello che si chiude, fuoco che si sfuoca. Tutto è funzionale a ricreare la paura di vedersi sbucare il treno fuori dallo schermo.

Fiore e Rociola all'arrivo a Sesto Rondo'
Paolo Fiore: il Camillo Mastrocinque pugliese
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Fiore riprende il centro di Milano come un regista consumato. Non si sa se dall’età o da un problema allo stomaco. Nella versione uncut era presente una rivisitazione del dialogo di Totò e Peppino con il vigile, ma i produttori gli hanno imposto di toglierlo dalla versione per le sale. Nell’edizione in dvd potrebbe comparire nei bonus, insieme all’arrivo di Fiore a Sesto Rondò con il colbacco.

Eleonora Brianzoli: il terzo incomodo di Straub-Huillet
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La Brianzoli mette a frutto il budget di 1,4 euro che la produzione le aveva affidato e si scatena in un progetto ambizioso: riprendere foto altrui sul computer. Il piano di produzione è costato alla Brianzoli mesi di fatica, tante erano le location in cui doveva recarsi a filmare. Straub-Huillet l’hanno contattata per evitare di dover fare le solite due inquadrature per i loro film. Ne basta una. E un pc.

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